Tintinnare di urla nelle orecchie
in una locanda dall’umido vestito
di lampade sfuocate vecchie
come le parole di quel gallo impettito
che pontifica da dietro il bancone:
ecco l’antica verità del Poetone.
“Cazzo i miei soldi me li son spesi bene,
mi son comprato la musica!”
Tuona tronfio della sua gioia di pene,
di perversione ludica.
Quella locanda puzza appena di più
del mondo d’occhi che ci ondeggia, fuori
di sé, caldo dell’abbraccio che fu
dell’ultima bionda, gelata dal frigo dei cuori.
Penso:
“Cazzo i miei soldi me li son spesi bene”
talmente bene che me li son dimenticati,
non ho idea di quanti ne piovano sulle schiene
di chi li conta o li usa come me, però distaccati.
Che fascinoso quel loro progetto: una foresta di futuro
nel vaso d’una passione, cucita dietro una divisa d’amenità
d’una generosità spassionata ad erigere un muro
per unire ed arrampicarvici sino al sole della superiorità.
Poesie, inestimabili cimeli per l'asta di Portobello Road, gelosamente custodite al vento di rose d'una soffitta aperta a tutti
mercoledì 29 agosto 2012
La subdola prospettiva delle Verità
Pensare,
bisogno fisico dal delicato adagio
di collezionista sbadato, assorto
una fame di carta dal fuoco grigio
ed una sete d’aria, di porto.
Chiamare,
orgoglio dominante di condottiero
guardiano d’un cane miserabile
splendore dal tetro pensiero
d’un bicchiere credibile,
certamente mezzo pieno,
patrono d’una sete - incendio, di fieno.
Pensare ,
al dolore infinito d’un inutile attimo
speso a pagare i propri errori,
la scala mobile continua dal primo
secondo a soffiarti via i tremori
d’un tempo vivo solo in foto
d’una calma godibile solo nel moto.
bisogno fisico dal delicato adagio
di collezionista sbadato, assorto
una fame di carta dal fuoco grigio
ed una sete d’aria, di porto.
Chiamare,
orgoglio dominante di condottiero
guardiano d’un cane miserabile
splendore dal tetro pensiero
d’un bicchiere credibile,
certamente mezzo pieno,
patrono d’una sete - incendio, di fieno.
Pensare ,
al dolore infinito d’un inutile attimo
speso a pagare i propri errori,
la scala mobile continua dal primo
secondo a soffiarti via i tremori
d’un tempo vivo solo in foto
d’una calma godibile solo nel moto.
L’architrave della parola
Architettare una parola,
dividerla dalle lettere
e disegnarne un significato
Architettare una parola
colmarla d’immagini per dividere
nel dare allo slancio un passato
Una parola di fuori di un’opinione
come un mattone contro una vetrina imbandita
di diamanti di luce costretta in prigione
di sguardi liberi in vorace dipartita.
Una parola dentro un discorso,
bomba intelligente contro una verità
ingiusta come il dettame d’un dio diverso
vera come il sogno d’una nuova realtà.
dividerla dalle lettere
e disegnarne un significato
Architettare una parola
colmarla d’immagini per dividere
nel dare allo slancio un passato
Una parola di fuori di un’opinione
come un mattone contro una vetrina imbandita
di diamanti di luce costretta in prigione
di sguardi liberi in vorace dipartita.
Una parola dentro un discorso,
bomba intelligente contro una verità
ingiusta come il dettame d’un dio diverso
vera come il sogno d’una nuova realtà.
Come la donna di Chumubamba
“Odio il sibilo del vento,
porta lontano le nubi di pioggia
e per noi qui sono la vita”.
Odio il sibilo del vento
solleva un balletto di fiori per la loggia,
e la platea informe odora d’alba svanita.
Odio il sibilo del vento
mi riporta la polvere di ieri
la luce saltellante dei ceri
un “devo” urlato s’un arpeggiato “tento”.
Amo la carezza del vento infinito
la fiducia tipica dell’impaurito
ed il suo appendersi sanguinoso
al rotolare d’un momento gioioso.
porta lontano le nubi di pioggia
e per noi qui sono la vita”.
Odio il sibilo del vento
solleva un balletto di fiori per la loggia,
e la platea informe odora d’alba svanita.
Odio il sibilo del vento
mi riporta la polvere di ieri
la luce saltellante dei ceri
un “devo” urlato s’un arpeggiato “tento”.
Amo la carezza del vento infinito
la fiducia tipica dell’impaurito
ed il suo appendersi sanguinoso
al rotolare d’un momento gioioso.
L’applauso delle onde
Dolci come chiome tornano illibate
a stroncarsi, a finir la vita
contro le rive le onde fatate
dall’orrenda routine di tempi, contrita.
Risponde di lontano il leggio dei monti
disegnato di I appuntite dal velluto
di prati recisi dal vento sotto i ponti
d’alberi nicchie di tempo perduto.
Scappato come un ladro vivo
nell’ansia dell’infinito parco della prigione,
necessito d’ignorarli stando in mezzo, schivo
a loro ed al loro sano uccidersi di squilli e missive in missione.
Nel silenzio non trovo risposte
solo altri rumori più delicati
a distrarmi dal suono delle candele imposte
sul tavolo delle mie storie di dolci dannati.
Merito il rimprovero d’un Dio, d'altronde
fisso lo sguardo sull’applauso delle onde
a stroncarsi, a finir la vita
contro le rive le onde fatate
dall’orrenda routine di tempi, contrita.
Risponde di lontano il leggio dei monti
disegnato di I appuntite dal velluto
di prati recisi dal vento sotto i ponti
d’alberi nicchie di tempo perduto.
Scappato come un ladro vivo
nell’ansia dell’infinito parco della prigione,
necessito d’ignorarli stando in mezzo, schivo
a loro ed al loro sano uccidersi di squilli e missive in missione.
Nel silenzio non trovo risposte
solo altri rumori più delicati
a distrarmi dal suono delle candele imposte
sul tavolo delle mie storie di dolci dannati.
Merito il rimprovero d’un Dio, d'altronde
fisso lo sguardo sull’applauso delle onde
Come andare contromano
Lastricata di scelte disegnate in ciottoli
o cinta di pulsioni libere d’un plaid di cemento,
o abbracciata dal debordare d’anse qual boccoli,
o ferita dai rostri d’erba feroce dal naturale tormento.
Già molti defunti in voce dalle parole immortali
l’hanno voluta mettere in dramma
così com’è facile percorrerla, udendola con occhi normali:
la vita è una strada e il calcarla merita un epigramma.
L’hanno sempre detto, fino a scriverlo: lei ha un senso,
di marcia, di fine, d’arrivo, di partenza o scopo.
L’hanno sempre detto, alcuni, uno va ed uno viene … penso
che giunti fin qui servissero poi quelle a senso unico, per dopo …
… dopo, darci la possibilità d’odiarle o amarle, le vite,
di degradare grigi, di stemperare colori in grafite
di correre lungi, di camminare corti per dire: lontano,
per l’ebbrezza meccanica d’andare, contromano.
Mi piaccio i paradossi, le parole accostate
in un odio reciproco d’immagini rifratte,
in un amore perverso dall’odore di membra dilaniate.
Sposate così ti conducono ai perché, boscose dee di fratte.
Perché minacci d’imboccare l’autostrada in senso inverso?
Brami nutrirla della rinuncia al tuo sangue terso,
la struttura ti ha talmente oppresso e, comunque vada,
opponi un petto di carta ai Tutti sfidando la strada.
Perché risali quel deserto viottolo imbandito
di segnali ed orpelli ignorati dai Molti?
Devi correre a vivere, ad ubriacarti di tempo gradito,
girare dalla parte degli alberi è un lusso per stolti.
Perché è certo, la vita è una strada non un fiume.
Gli Altri sono veicoli, non gocce d’acqua in vetro
e le code, quando si sciolgono non svelano la causa di bitume
di quell’attesa di rosa, di quel tramonto d’istanti, tetro.
E le code quando si formano generano ordinata adesione,
non laghi in tavolozze per la mano del sole,
non maree dall’incerto pettinarsi d’onda d’Ermione,
solo linee, rette o torte, lungo un percorso: la via di sale.
o cinta di pulsioni libere d’un plaid di cemento,
o abbracciata dal debordare d’anse qual boccoli,
o ferita dai rostri d’erba feroce dal naturale tormento.
Già molti defunti in voce dalle parole immortali
l’hanno voluta mettere in dramma
così com’è facile percorrerla, udendola con occhi normali:
la vita è una strada e il calcarla merita un epigramma.
L’hanno sempre detto, fino a scriverlo: lei ha un senso,
di marcia, di fine, d’arrivo, di partenza o scopo.
L’hanno sempre detto, alcuni, uno va ed uno viene … penso
che giunti fin qui servissero poi quelle a senso unico, per dopo …
… dopo, darci la possibilità d’odiarle o amarle, le vite,
di degradare grigi, di stemperare colori in grafite
di correre lungi, di camminare corti per dire: lontano,
per l’ebbrezza meccanica d’andare, contromano.
Mi piaccio i paradossi, le parole accostate
in un odio reciproco d’immagini rifratte,
in un amore perverso dall’odore di membra dilaniate.
Sposate così ti conducono ai perché, boscose dee di fratte.
Perché minacci d’imboccare l’autostrada in senso inverso?
Brami nutrirla della rinuncia al tuo sangue terso,
la struttura ti ha talmente oppresso e, comunque vada,
opponi un petto di carta ai Tutti sfidando la strada.
Perché risali quel deserto viottolo imbandito
di segnali ed orpelli ignorati dai Molti?
Devi correre a vivere, ad ubriacarti di tempo gradito,
girare dalla parte degli alberi è un lusso per stolti.
Perché è certo, la vita è una strada non un fiume.
Gli Altri sono veicoli, non gocce d’acqua in vetro
e le code, quando si sciolgono non svelano la causa di bitume
di quell’attesa di rosa, di quel tramonto d’istanti, tetro.
E le code quando si formano generano ordinata adesione,
non laghi in tavolozze per la mano del sole,
non maree dall’incerto pettinarsi d’onda d’Ermione,
solo linee, rette o torte, lungo un percorso: la via di sale.
martedì 15 maggio 2012
La razione K
“Alle armi, alle armi” pacifici soldati
c'è da combattere e da trionfare
imbalsamati nel cotone tinto di divise - abiti rubati
ad un'eleganza di tuta oleata per lavorare.
Confezionate con premura le vostre aspirazioni
dovremo stiparle in magazzini torbidi di vetrate
incastonati come misere tessere di gemme e dobloni
in attività di fugace attenzione per voi che osservate.
“Alle armi, alle armi” pacifici soldati
siate operosi ed attenti a tutto ciò che non importa
il rancio giungerà, buono ed abbondante, siete assicurati
ad un appiglio posticcio, una fune di seta, di scorta.
Giungerà il rancio, buono ed abbondante, non si scappa
dalla gozzoviglia, dentellato di lavoro, della razione k:
un sonno lesto di sogni temporizzati
di desideri lontani di mondi – donne sfiorate
rotto dal fastidioso operare di vicini narcotizzati:
“per dio, son le 7 di domenica mattina, che mobili spostate?”
una foto d’arte per una rivista patinata
che faccia divenire il fratello, prossimo a carico,
con la sua macchina, un’altra tessera appostata
nella rombante perfezione di mosaico del traffico
Dimenticate in poche ore incollate
quel peso d’Atlante per cui vi lamentate
risolvete alacri i problemi degli Altri
che a quelli di Tutti ci pensano loro, gli Scaltri.
c'è da combattere e da trionfare
imbalsamati nel cotone tinto di divise - abiti rubati
ad un'eleganza di tuta oleata per lavorare.
Confezionate con premura le vostre aspirazioni
dovremo stiparle in magazzini torbidi di vetrate
incastonati come misere tessere di gemme e dobloni
in attività di fugace attenzione per voi che osservate.
“Alle armi, alle armi” pacifici soldati
siate operosi ed attenti a tutto ciò che non importa
il rancio giungerà, buono ed abbondante, siete assicurati
ad un appiglio posticcio, una fune di seta, di scorta.
Giungerà il rancio, buono ed abbondante, non si scappa
dalla gozzoviglia, dentellato di lavoro, della razione k:
un sonno lesto di sogni temporizzati
di desideri lontani di mondi – donne sfiorate
rotto dal fastidioso operare di vicini narcotizzati:
“per dio, son le 7 di domenica mattina, che mobili spostate?”
una foto d’arte per una rivista patinata
che faccia divenire il fratello, prossimo a carico,
con la sua macchina, un’altra tessera appostata
nella rombante perfezione di mosaico del traffico
Dimenticate in poche ore incollate
quel peso d’Atlante per cui vi lamentate
risolvete alacri i problemi degli Altri
che a quelli di Tutti ci pensano loro, gli Scaltri.
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